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Si
deve al fiume la presenza
di Albenga l'inizio e
l'espansione del comparto
agricolo della Piana.
Prima
venne il fiume, poi,
in sua dipendenza, furono
costruiti i paesi, delimitati
i terreni di coltura,
tracciate le strade,
edificati i ponti, posti
i confini, costruiti
i mulini. Ogni località,
ogni borgo, ogni cittadina
così non sarebbe
se così non fosse
stato o non fosse il
Centa. Prendiamo l'esempio
più evidente:
la storia e l'economia
di Albenga (una città
che nel suo nome già
porta dentro la presenza
del fiume come collegamento
con le Alpi, ove nasce;
infatti Albenga deriva
da Albium Ingaunum,
ed Albium starebbe per
"Alpi"). Il
corso dei fiume, -che
sino alla seconda metà
del secolo XIII andava
a sfociare a levante
in località Antognano,
- ai confini tra Albenga
e Ceriale, aveva consentito
alla linea di costa
di essere prossima al
promontorio montuoso
di Vadino e di potervi
ricavare così
un ben protetto e funzionale
porto che determinò
per alcuni secoli la
fortuna marinara e mercantile
della città.
Quando il corso d'acqua
lasciò il suo
vecchio greto e passò
da levante a ponente
dell'abitato, ecco che
il porto di Vadino si
insabbia a causa del
materiale, ghiaioso
abbondantemente trasportato
dal Centa. Inizia da
questa forzata trasformazione
dell'economia ingauna
un lungo periodo di
decadenza, che si concluderà
solo mezzo millennio
dopo. E' in questi secoli
che il volto del «padre
Centa» rivela
i suoi tratti da patrigno
iroso e violento.
In tempi a noi più
vicini, il Centa continua
a saltare le sponde
dei suoi argini e ad
invadere le campagne.
Ricordiamo ancora l'inondazione
del 1886 e quella del
primo ottobre 1924,
che provocarono danni
non solo nel contado
ma anche nel centro
abitato.
La penultima volta che
le acque tracimarono
fu il 28 settembre 1954,
ma si trattò
di uno straripamento
di lieve entità.
Si poterono così
riporre le «straccaue»,
cioè quelle tavole
che venivano incastrate
nelle scanalature ricavate
nei pilastri delle porte
viarie dei centro antico
albenganese, che avevano
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proprio
il compito di impedire
l'invasione delle acque.
Ma quei danni e quelle
calamità erano
la premessa alla creazione,
attraverso i materiali
alluvionali, della piana
albeganese che, verso
Ceriale, veniva conquistando
spazio al mare. Il "grande
padre" invadeva
e devastava ma costruiva
anche, consentendo ora
quella ripresa di forza
e di prestigio di Albenga
e di Ceriale, che si
basa sulla disponibilità
di territorio in una
Liguria subito assediata
delle montagne.
Il trascorrere nel tempo,
il lavoro dell'uomo
hanno cambiato natura
al Centa: da incursore
violento e ribelle a
corso d'acqua saldamente
costretto da argini
a rimanere fra le proprie
sponde. E in ultimo
l'alluvione della terribile
notte del 5 novembre
1994. |
Il fiume Centa è
formato dall'unione
fra i torrenti Arroscia
e Neva che poco prima
ricevono, rispettivamente,
il Lerrone e il Pennavaire.
La confluenza fra Arroscia
e Neva ha luogo a sud
dell'abitato di Leca
d'Albenga, a 3 chilometri
dalla foce posta a Capo
Lena, quasi di fronte
all'isola Gallinara.
La sorgente più
lontana è quella
dell'Arroscia, pochi
metri sotto il Monte
Frontè (m. 2159)
e dista in linea d'aria
dalla foce 37,5 chilometri
(tale sorgente è
posta a 44 gradi 05'
48", 0,79 di latitudine
nord e 7 gradi 45'30",
0,90 di longitudine
est da Greenwich).
Il bacino idrografico
del Centa misura 420
chilometri quadrati
(di cui 305 dell'Arroscia
e 115 del Neva). Il
perimetro di tale bacino
può essere paragonato
ad un triangolo rettangolo
che ha l'ipotenusa coincidente
con la congiungente
fra la sorgente dell'Arroscia
e la foce mentre il
vertice dell'angolo
retto coincide con il
Passo dello Scravajon.
La portata massima dei
Centa è stata
valutata in 1.700 metri
cubi al secondo (1.400
Arroscia; 700 Neva).
Secondo le fasce di
altitudine, queste le
coltivazioni e la vegetazione.
Nella piana: colture
orticole e fioricole;
sino a 300 metri: oliveti
e qualche coltura floricola;
al di sopra dei 300
metri: boschi di castagno,
rovere e pino a cui
seguono dossi cespugliati
con scarsa vegetazione. |