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Al
ternime della guerra il
prezzo dell'olio d'oliva
andò alle stelle.
Ci
fu un momento in cui
i produttori di olio
d'oliva delle vallate
albenganesi erano ricchissimi,
e spendevano e spandevano
come magnati dell'industria
americana. Veri e propri
nababbi, di tipo casareccio,
che prima di uscire
affondavano le mani
nella cassapanca ripiena
di bigliettoni di banca
da mille lire, veri
e proprio lenzuoIoni
di color amaranto, con
i quali si permettevano
ogni possibile sciecheria.
Erano i mesi luminosi
e convulsi seguenti
all'aprile del 1945.
La guerra era da poco
finita e la gente aveva
voglia di vivere. Per
una fase congiunturale,
assolutamente anomala
nella storia secolare
dell'olivo in Liguria,
il prezzo dell'olio
era salito alle stelle.
Non c'era più
la «borsa nera»
(il mercato parallelo
e clandestino rispetto
a quello ufficiale regolato
dalle tessere) ma la
gente faceva ancora
a gara per riuscire
ad accaparrarsi cibi
prelibati, di cui ci
si era dovuti privare
durante quella follia
collettiva che fu la
guerra. Per questo motivo
la richiesta di olio
d'oliva era salita oltre
le stelle e il rapporto
fra un litro di olio
e il costo della giornata
lavorativa del contadino
(che nei secoli era
rimasta compresa fra
1 a 0,4 e 1 a 0,75)
era letteralmente impazzito
poiché un litro
di distillato di olive
bastava a pagare anche
1 0 o 20 o ancor più
giornate lavorative.
Fu una fiammata, durata
lo spazio radioso di
alcuni mesi. Ma non
perciò meno importante
e singolare.
I neoricchi dell'olio,
soprattutto nella vallata
del Lerrone, si permettevano
grandi spese. Per divertirsi
facevano venire da Savona
(e da oltre) orchestrane
che si esibivano nelle
loro case e sulle aie.
Con i primi telefoni
del dopoguerra chiamavano
i taxisti albenganesi
per farsi scorazzare
per tutta la giornata.
Ci fu chi ingaggiò,
a colpi da 100 mila
lire (decine di milioni
di oggi), i pittori
genovesi più
apprezzati per farsi
affrescare le proprie
case. I banchetti poi
sono ancora ricordati
come fiabesche e sanguigne
abbuffate, con risvolti
ed eccessi anche di
altra natura che non
quella legata alla gola.
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La
tradizionale parsimonia
dei contadini dell'entroterra
sembrava in quei mesi
folli portata via dal
ritrovato piacere della
vita dopo il bagno di
lerce nefandezze (uccisioni,
morti, torture, delazioni,
vendette, rastrellamenti,
fucilazioni, bombardamenti
ciechi e furibondi)
dei mesi che portarono
dall'8 settembre 1943
sino a
quel 25 aprile di liberazione.
A chi aveva vissuto
con la morte fuori dalla
porta non importava
tanto risparmiare e
mettere i bigliettoni
da mille lire sotto
il mattone quanto appunto
godersi la vita ritrovata.
Fu una stagione di cicale
che cantarono per alcuni
brevi ma intensi mesi.
E vennero anche le amanti
(come avevano i ricchi
capitalisti di allora),
ci furono gare a chi
era più munifico.
Gli alberi di olivo
guardavano imperturbabili,
come imperturbabile
è la natura e
il corso inarrestabile
del tempo.
Quegli olivi sapevano
che la festa sarebbe
finita e che si sarebbe
ritornati ad oscillare
fra periodi in cui l'olio
«rendeva»
e periodi in cui era
meglio usare il legno
degli olivi per ardere
e ricavare ortofrutteti
(quando c'era la possibilità
di portare l'acqua).
La crisi che dovette
affrontare l'olivicoltura
proprio all'inizio del
secolo aveva portato
alla distruzione di
chilometri e chilometri
di fasce olivate, poiché
l'olivo era tornato
ad essere la pianta
dei poveri, dei sudori,
delle speranze tradite,
delle attese umiliate.
Ma gli olivi se ne sono
rimasti saldi, con le
radici sprofondate nella
terra, certi che l'anomalia
si sarebbe ben presto
ricomposta e la convenienza
si sarebbe nuovamente
misurata con un rapporto
ragionevole e biologico
fra litro d'olio e costo
della giornata di un
lavorante (ricordate
le celebri raccoglitrice
«sasselline»,
provenienti dalla zona
del Sassello, apprezzate
non solo cone lavoratrici
ma anche come attrazione
per tutti i maschi del
comprensorio).
Quei pochi mesi di «grandeur»
sono ricordati come
una favola dai settantenni,
allora ventenni, spesso
snobbati e non presi
sul serio dai giovani
di oggi che, a ragion
veduta, dubitano di
quell'oasi di abbondanze
e di stupende sregolatezze.
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