Crescita, sviluppo, produzione
e valorizzazione delle cultivar
locali di ortaggi con strategie
moderne ed ecocompatibili:
tecniche agronomiche per la
valorizzazione del pomodoro
Cuor di Bue e tipicizzazione
della qualità post-raccolta.
Introduzione
al Progetto
La
data del 31 dicembre 2004 risulterà
fatidica per gli agricoltori,
soprattutto per quelli che producono
pomodoro in serra. Infatti,
da quel giorno, verrà
proibito in agricoltura, tanto
in serra quanto in pieno campo,
l'utilizzo del bromuro di metile
per la sterilizzazione dei terreni,
secondo gli accordi internazionali
stipulati a Montreal nel settembre
1997, cui ha aderito anche l'Italia.
Alla prospettiva di una agricoltura
che non potrà più
usufruire dei grandi benefici
offerti dal fumigante, risulta
particolarmente sensibile il
mondo agricolo italiano, primo
fruitore a livello europeo e
secondo solo agli Usa a livello
mondiale, di bromuro di metile.
Le ripercussioni economiche
saranno indubbiamente di notevole
portata e coinvolgeranno direttamente
non solo i produttori, che
si troveranno in una posizione
competitiva svantaggiata nei
confronti dei paesi non industrializzati,
 |
Piante
di "Cuor di Bue"
innestate su Beaufort |
cui è stata concessa
la proroga fino al 2015, ma
anche le società specializzate
nella distribuzione del bromuro
di metile.
A fronte di questa situazione,
per certi aspetti estremamente
preoccupante, si è
attivata la ricerca agricola
che ha posto in essere numerose
sperimentazioni, che hanno
interessato tecniche fisiche,
agronomiche e chimiche, alternative
all'utilizzo del bromuro di
metile, per la sterilizzazione
del terreno. D’altra
parte, però, sempre
più operatori di mercato,
al di là del problema
bromuro, ricercano colture
condotte con lotta integrata
che in molti disciplinari
di produzione prevede delle
limitazioni nell'uso di principi
attivi fumiganti. Fra le tecniche
alternative in fase di studio
vi sono:
| • |
la
solarizzazione, realizzabile
anche sotto il profilo
pratico ed economico
in pieno campo e soprattutto
in serra ed in zone
temperate, per le particolari
condizioni climatiche
che caratterizzano gli
areali di produzione; |
| • |
la
vaporizzazione, inattuabile
in pieno campo ed economicamente
gravosa in serra, per
la realizzazione della
quale solo una minima
parte delle strutture
serricole è attualmente
predisposta; |
| • |
l'azione
di ampie rotazioni,
che contraddicono con
l'indirizzo monocolturale
e a cicli susseguenti
delle coltivazioni in
serra e l'apporto di
ammendanti organici; |
| • |
la
coltivazione su substrati
inerti o fuori suolo,
che oltre a notevoli
investimenti comporta
una preparazione tecnica
altamente specializzata; |
| • |
la
concia dei semi con
microrganismi antagonisti,
per la quale devono
intervenire ditte specializzate
e che comunque incrementerà
il costo già
elevato dei semi; |
| • |
l'utilizzo
dei prodotti chimici
(Dazomet, Metham sodiun,
ecc) per il momento
ammessi e non vincolati
da norme restrittive,
ma che offrono uno spettro
d'azione limitato e
finiscono semplicemente
di spostare il problema
dal bromuro di metile
su altre molecole. |
I risultati delle sperimentazioni,
che hanno interessato le singole
tecniche e l'azione sinergica
di alcune di esse, sono stati
ampiamente divulgati dalla
stampa scientifica nazionale.
Dall'esame di questi risultati,
in generale si possono trarre
conclusioni poco confortanti:
nessuna tecnica e nessuna
consociazione fra tecniche
porta a risultati economici
e pratici identici a quelli
offerti dall'utilizzo del
bromuro di metile nella sterilizzazione
del terreno.
Si dovranno purtroppo accettare
queste tecniche alternative
con i loro limiti, scegliendo
e realizzando quelle che,
all'esperienza diretta dell'operatore
e in funzione delle condizioni
ambientali, offriranno i migliori,
sempre relativi, risultati
nel contenimento delle patologie
terricole.
Un'altra strada da percorrere
è quella di utilizzare
piante innestate su portainnesti
geneticamente tolleranti alle
principali patologie, tecnica
in via di diffusione, anche
se il costo delle piantine
risulta attualmente ancora
troppo elevato per il non
ricco e molto aleatorio mercato
del pomodoro da mensa. La
tecnica dell’innesto
è conosciuta e praticata
da molto tempo in frutticoltura
e, in generale, sulle specie
arboree e arbustive.
 |
Cuor
di Bue in fioritura
|
In
questi ultimi tempi ha trovato
diffusione, con un incremento
di circa il 203% dal 1996
al 1998 (Morra, 1998), su
talune specie orticole di
pieno campo e serra, interessando
inizialmente le cucurbitacee
(melone e anguria) e successivamente
alcune solanacee (melanzana)
fra cui il pomodoro.
Il pomodoro sarà la
coltura che maggiormente risentirà
del non utilizzo del bromuro
di metile, quindi specialmente
nelle aree meridionali (Sicilia
e Sardegna in particolare)
l'innesto sarà una
delle principali alternative.
L'innesto erbaceo consiste
nella simbiosi tra due individui
diversi, uno dei quali (portinnesto),
per il pomodoro è costituito
da ibridi di pomodoro o ibridi
interspecifici, ottenuti dall'incrocio
tra due parentali (Lycopersicon
esculentum e Lycopersicon
hirsutum)
Attualmente rappresenta uno
dei più innovativi
ed interessanti mezzi di prevenzione
nei confronti soprattutto
delle patologie che interessano
l'apparato ipogeo delle ortive,
nella fattispecie del pomodoro
| • |
diminuire
l'impatto ambientale
determinato dall'utilizzo
di dosi elevate di fertilizzanti
e dal numero di trattamenti
antiparassitari, assecondando
l'indirizzo biologico
richiesto dai consumatori; |
| • |
recuperare
le caratteristiche produttive
e soprattutto qualitative
(organolettiche) di
alcune varietà
standard o popolazioni
(Cuor di Bue, ecc.)
prive nel loro corredo
cromosomico di geni
di resistenza. |
Indicativamente le resistenze
di cui si potrà avvantaggiare
il pomodoro sono:
| • |
Fusarium
oxysporum f.sp. lycopersici
razza 1 e 2 (Fol) indotta
dai geni di resistenza
I e IA; |
| • |
Fusarium
oxysporum f.sp. radicis
lycopersici (Forl),
monogenica e dominante; |
| • |
Meloidogyne
spp. (con eccezione
per Meloidogyne hapla)
fornita come tolleranza
dal gene Mi; |
| • |
Pyrenochaeta
lycopersici indotta
più come tolleranza
dal gene pyl; |
| • |
Verticillium
dahliae, anche in questo
caso trattasi di elevato
livello di tolleranza
indotto dal gene ve. |
Riguardo
a Fusarium oxysporum f.sp.
lycopersici attualmente è
disponibile in commercio un
portinnesto proveniente da
incrocio interspecifico resistente
anche alla razza 3.
Come per ogni innovazione
tecnologica, anche in corrispondenza
della diffusione dell'innesto
erbaceo, sono presenti problematiche
riconducibili prevalentemente:
| • |
al
prezzo delle singole
piantine (da 800 a 1.600
lire) per l'elevato
impiego di manodopera,
il costo dei portainnesti
e dei nesti, sovente
caratterizzati, i primi,
da ridotta germinabilità; |
| • |
alla
scarsa conoscenza delle
caratteristiche intrinseche
dei portainnesti più
utilizzati; risulta
indispensabile che il
vivaista e soprattutto
l'agricoltore si avvalga
di una esperienza diretta
per conoscere il comportamento
del «nuovo individuo»
che si viene a creare
con l'innesto, le cui
esigenze sono sovente
molto diverse da quelle
dell'ibrido produttore
diretto. |
Sono peraltro problematiche
a breve risolvibili:
| • |
la
prima con la riduzione
degli investimenti,
che risultano dimezzati
perché alcuni
dei portainnesti utilizzati
determinano generalmente
una accentuazione del
vigore (consentendo
ad esempio l'allevamento
a due branche), l'aumento
delle rese, il prolungamento
del ciclo colturale
e l'eliminazione dei
costi attinenti alla
sterilizzazione dei
terreni; è importante,
comunque, scegliere
portainnesti che possano
offrire queste caratteristiche; |
| • |
la
seconda con l’esperienza,
che supererà
in breve tempo l'attuale
divario di disinformazione,
anche relativo alle
operazioni colturali
da adottare (concimazione
e irrigazione) non sempre
simili a quelle tradizionali,
per l'attualità
e l'interesse presentato
dalla tecnica dell'innesto. |
 |
Con
il diffondersi della pratica
dell’innesto si è
assistito al proliferare di
metodiche di attuazione diverse,
con facilità di esecuzione
e livelli di efficacia diversi.
In generale, il vivaista che
si specializza nella fornitura
di piantine innestate deve
provvedere che le piantine,
una volta innestate, indipendentemente
dalla tecnica adottata, vengano
posizionate sotto tunnellini
in film plastico ombreggiati
con tessuto non tessuto (Agryl)
all'interno dei vivai. In
questo ambiente circoscritto
la temperatura verrà
mantenuta costantemente a
20-22 °C con una umidità
del 95-100% in modo da ridurre
la traspirazione delle piante
fino all'attecchimento dell'innesto,
che in genere si verifica
nell'arco di una settimana.
La permanenza sotto tunnellino
delle piantine innestate è
di 7-10 giorni; già
dopo 4-5 giorni lo schermo
plastico viene gradatamente
rimosso, per consentire il
loro acclimatamento all'interno
del vivaio. Al decimo giorno
viene rimosso definitivamente;
le piantine sono trasferite
nella zona di allevamento
e, da questo momento, si rendono
commerciabili.
Prove condotte nel Siracusano
hanno evidenziato una significativa
riduzione dell’infezione
causata da Fusarium e della
percentuale di mortalità
delle piante, utilizzando
quale portinnesto l’ibrido
F1 Beaufort rispetto sia al
testimone sia alle piante
innestate con Energy ed He-Man.
Il trattamento geodisinfestante
ha determinato un maggiore
vigore vegetativo delle piante
ed un miglioramento significativo
della produzione rispetto
alle piante coltivate su terreno
non trattato. Il portinnesto
ha consentito di ridurre significativamente
la percentuale di piante morte
per effetto del parassita,
ed inoltre ha incrementato
il vigore vegetativo della
pianta e la sua produzione
(maggior numero di frutti
e maggior peso unitario).
| Le
problematiche della qualità
del prodotto commerciabile |
 |
Oltre
alle problematiche generali
dell’innesto, occorre
tenere presente le eventuali
conseguenze della tecnica
colturale sulle caratteristiche
qualitative dei frutti provenienti
da piante innestate; questo
aspetto risulta al momento
trascurato da qualsiasi approccio
di coltivazione di piante
innestate presente sul nostro
territorio.
Questa problematica rappresenta
un’incognita da verificare,
soprattutto per quelle colture
e varietà, come il
pomodoro Cuor di Bue ligure,
che si vuole valorizzare e
per il quale si vorrebbe giungere
ad una certificazione di qualità
e di tipicità del prodotto
per la zona di Albenga.
La qualità post-raccolta
del pomodoro Cuor di Bue ligure
va anche ricondotta ad altri
aspetti da verificare: la
scalarità nelle epoche
di impianto presente nella
zona di Albenga non assicura
un’uniformità
delle caratteristiche qualitative
dei frutti.
Si ha la convinzione, infatti,
che esista un’interazione
tra le epoche di impianto
e la qualità post-raccolta
dei frutti.
In ultima analisi, l’effetto
clima, segnatamente l’effetto
delle basse temperature, si
suppone abbia un effetto sulla
precocità di produzione,
fattore da non sottovalutare
nell’analisi di una
filiera che comprende naturalmente
anche gli aspetti della commercializzazione,
e quindi della redditività
di una produzione.