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Progetto dimostrativo 2001/2003 #3
 
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ARTICOLI
Coltivare il Cuore di bue senza bromuro
 
 
Crescita, sviluppo, produzione e valorizzazione delle cultivar locali di ortaggi con strategie moderne ed ecocompatibili: tecniche agronomiche per la valorizzazione del pomodoro Cuor di Bue e tipicizzazione della qualità post-raccolta.

 

Introduzione al Progetto

La data del 31 dicembre 2004 risulterà fatidica per gli agricoltori, soprattutto per quelli che producono pomodoro in serra. Infatti, da quel giorno, verrà proibito in agricoltura, tanto in serra quanto in pieno campo, l'utilizzo del bromuro di metile per la sterilizzazione dei terreni, secondo gli accordi internazionali stipulati a Montreal nel settembre 1997, cui ha aderito anche l'Italia.
Alla prospettiva di una agricoltura che non potrà più usufruire dei grandi benefici offerti dal fumigante, risulta particolarmente sensibile il mondo agricolo italiano, primo fruitore a livello europeo e secondo solo agli Usa a livello mondiale, di bromuro di metile.

Le ripercussioni economiche saranno indubbiamente di notevole portata e coinvolgeranno direttamente non solo i produttori, che si troveranno in una posizione competitiva svantaggiata nei confronti dei paesi non industrializzati,

Cuor di bue

Piante di "Cuor di Bue"
innestate su Beaufort

cui è stata concessa la proroga fino al 2015, ma anche le società specializzate nella distribuzione del bromuro di metile.
A fronte di questa situazione, per certi aspetti estremamente preoccupante, si è attivata la ricerca agricola che ha posto in essere numerose sperimentazioni, che hanno interessato tecniche fisiche, agronomiche e chimiche, alternative all'utilizzo del bromuro di metile, per la sterilizzazione del terreno. D’altra parte, però, sempre più operatori di mercato, al di là del problema bromuro, ricercano colture condotte con lotta integrata che in molti disciplinari di produzione prevede delle limitazioni nell'uso di principi attivi fumiganti. Fra le tecniche alternative in fase di studio vi sono:

la solarizzazione, realizzabile anche sotto il profilo pratico ed economico in pieno campo e soprattutto in serra ed in zone temperate, per le particolari condizioni climatiche che caratterizzano gli areali di produzione;
la vaporizzazione, inattuabile in pieno campo ed economicamente gravosa in serra, per la realizzazione della quale solo una minima parte delle strutture serricole è attualmente predisposta;
l'azione di ampie rotazioni, che contraddicono con l'indirizzo monocolturale e a cicli susseguenti delle coltivazioni in serra e l'apporto di ammendanti organici;
la coltivazione su substrati inerti o fuori suolo, che oltre a notevoli investimenti comporta una preparazione tecnica altamente specializzata;
la concia dei semi con microrganismi antagonisti, per la quale devono intervenire ditte specializzate e che comunque incrementerà il costo già elevato dei semi;
l'utilizzo dei prodotti chimici (Dazomet, Metham sodiun, ecc) per il momento ammessi e non vincolati da norme restrittive, ma che offrono uno spettro d'azione limitato e finiscono semplicemente di spostare il problema dal bromuro di metile su altre molecole.

I risultati delle sperimentazioni, che hanno interessato le singole tecniche e l'azione sinergica di alcune di esse, sono stati ampiamente divulgati dalla stampa scientifica nazionale.
Dall'esame di questi risultati, in generale si possono trarre conclusioni poco confortanti: nessuna tecnica e nessuna consociazione fra tecniche porta a risultati economici e pratici identici a quelli offerti dall'utilizzo del bromuro di metile nella sterilizzazione del terreno.
Si dovranno purtroppo accettare queste tecniche alternative con i loro limiti, scegliendo e realizzando quelle che, all'esperienza diretta dell'operatore e in funzione delle condizioni ambientali, offriranno i migliori, sempre relativi, risultati nel contenimento delle patologie terricole.
Un'altra strada da percorrere è quella di utilizzare piante innestate su portainnesti geneticamente tolleranti alle principali patologie, tecnica in via di diffusione, anche se il costo delle piantine risulta attualmente ancora troppo elevato per il non ricco e molto aleatorio mercato del pomodoro da mensa. La tecnica dell’innesto è conosciuta e praticata da molto tempo in frutticoltura e, in generale, sulle specie arboree e arbustive.

Cuor di Bue in fioritura

In questi ultimi tempi ha trovato diffusione, con un incremento di circa il 203% dal 1996 al 1998 (Morra, 1998), su talune specie orticole di pieno campo e serra, interessando inizialmente le cucurbitacee (melone e anguria) e successivamente alcune solanacee (melanzana) fra cui il pomodoro.
Il pomodoro sarà la coltura che maggiormente risentirà del non utilizzo del bromuro di metile, quindi specialmente nelle aree meridionali (Sicilia e Sardegna in particolare) l'innesto sarà una delle principali alternative.
L'innesto erbaceo consiste nella simbiosi tra due individui diversi, uno dei quali (portinnesto), per il pomodoro è costituito da ibridi di pomodoro o ibridi interspecifici, ottenuti dall'incrocio tra due parentali (Lycopersicon esculentum e Lycopersicon hirsutum)

Attualmente rappresenta uno dei più innovativi ed interessanti mezzi di prevenzione nei confronti soprattutto delle patologie che interessano l'apparato ipogeo delle ortive, nella fattispecie del pomodoro

diminuire l'impatto ambientale determinato dall'utilizzo di dosi elevate di fertilizzanti e dal numero di trattamenti antiparassitari, assecondando l'indirizzo biologico richiesto dai consumatori;
recuperare le caratteristiche produttive e soprattutto qualitative (organolettiche) di alcune varietà standard o popolazioni (Cuor di Bue, ecc.) prive nel loro corredo cromosomico di geni di resistenza.

Indicativamente le resistenze di cui si potrà avvantaggiare il pomodoro sono:

Fusarium oxysporum f.sp. lycopersici razza 1 e 2 (Fol) indotta dai geni di resistenza I e IA;
Fusarium oxysporum f.sp. radicis lycopersici (Forl), monogenica e dominante;
Meloidogyne spp. (con eccezione per Meloidogyne hapla) fornita come tolleranza dal gene Mi;
Pyrenochaeta lycopersici indotta più come tolleranza dal gene pyl;
Verticillium dahliae, anche in questo caso trattasi di elevato livello di tolleranza indotto dal gene ve.

Riguardo a Fusarium oxysporum f.sp. lycopersici attualmente è disponibile in commercio un portinnesto proveniente da incrocio interspecifico resistente anche alla razza 3.
Come per ogni innovazione tecnologica, anche in corrispondenza della diffusione dell'innesto erbaceo, sono presenti problematiche riconducibili prevalentemente:

al prezzo delle singole piantine (da 800 a 1.600 lire) per l'elevato impiego di manodopera, il costo dei portainnesti e dei nesti, sovente caratterizzati, i primi, da ridotta germinabilità;
alla scarsa conoscenza delle caratteristiche intrinseche dei portainnesti più utilizzati; risulta indispensabile che il vivaista e soprattutto l'agricoltore si avvalga di una esperienza diretta per conoscere il comportamento del «nuovo individuo» che si viene a creare con l'innesto, le cui esigenze sono sovente molto diverse da quelle dell'ibrido produttore diretto.

Sono peraltro problematiche a breve risolvibili:

la prima con la riduzione degli investimenti, che risultano dimezzati perché alcuni dei portainnesti utilizzati determinano generalmente una accentuazione del vigore (consentendo ad esempio l'allevamento a due branche), l'aumento delle rese, il prolungamento del ciclo colturale e l'eliminazione dei costi attinenti alla sterilizzazione dei terreni; è importante, comunque, scegliere portainnesti che possano offrire queste caratteristiche;
la seconda con l’esperienza, che supererà in breve tempo l'attuale divario di disinformazione, anche relativo alle operazioni colturali da adottare (concimazione e irrigazione) non sempre simili a quelle tradizionali, per l'attualità e l'interesse presentato dalla tecnica dell'innesto.

Con il diffondersi della pratica dell’innesto si è assistito al proliferare di metodiche di attuazione diverse, con facilità di esecuzione e livelli di efficacia diversi. In generale, il vivaista che si specializza nella fornitura di piantine innestate deve provvedere che le piantine, una volta innestate, indipendentemente dalla tecnica adottata, vengano posizionate sotto tunnellini in film plastico ombreggiati con tessuto non tessuto (Agryl) all'interno dei vivai. In questo ambiente circoscritto la temperatura verrà mantenuta costantemente a 20-22 °C con una umidità del 95-100% in modo da ridurre la traspirazione delle piante fino all'attecchimento dell'innesto, che in genere si verifica nell'arco di una settimana.
La permanenza sotto tunnellino delle piantine innestate è di 7-10 giorni; già dopo 4-5 giorni lo schermo plastico viene gradatamente rimosso, per consentire il loro acclimatamento all'interno del vivaio. Al decimo giorno viene rimosso definitivamente; le piantine sono trasferite nella zona di allevamento e, da questo momento, si rendono commerciabili.
Prove condotte nel Siracusano hanno evidenziato una significativa riduzione dell’infezione causata da Fusarium e della percentuale di mortalità delle piante, utilizzando quale portinnesto l’ibrido F1 Beaufort rispetto sia al testimone sia alle piante innestate con Energy ed He-Man. Il trattamento geodisinfestante ha determinato un maggiore vigore vegetativo delle piante ed un miglioramento significativo della produzione rispetto alle piante coltivate su terreno non trattato. Il portinnesto ha consentito di ridurre significativamente la percentuale di piante morte per effetto del parassita, ed inoltre ha incrementato il vigore vegetativo della pianta e la sua produzione (maggior numero di frutti e maggior peso unitario).

Le problematiche della qualità del prodotto commerciabile

Oltre alle problematiche generali dell’innesto, occorre tenere presente le eventuali conseguenze della tecnica colturale sulle caratteristiche qualitative dei frutti provenienti da piante innestate; questo aspetto risulta al momento trascurato da qualsiasi approccio di coltivazione di piante innestate presente sul nostro territorio.
Questa problematica rappresenta un’incognita da verificare, soprattutto per quelle colture e varietà, come il pomodoro Cuor di Bue ligure, che si vuole valorizzare e per il quale si vorrebbe giungere ad una certificazione di qualità e di tipicità del prodotto per la zona di Albenga.
La qualità post-raccolta del pomodoro Cuor di Bue ligure va anche ricondotta ad altri aspetti da verificare: la scalarità nelle epoche di impianto presente nella zona di Albenga non assicura un’uniformità delle caratteristiche qualitative dei frutti.
Si ha la convinzione, infatti, che esista un’interazione tra le epoche di impianto e la qualità post-raccolta dei frutti.
In ultima analisi, l’effetto clima, segnatamente l’effetto delle basse temperature, si suppone abbia un effetto sulla precocità di produzione, fattore da non sottovalutare nell’analisi di una filiera che comprende naturalmente anche gli aspetti della commercializzazione, e quindi della redditività di una produzione.