Cooperativa L'Ortofrutticola d'Albenga

Dal 1941, il valore aggiunto al territorio

Il Centa e la sua storia millenaria

Si deve al fiume la presenza di Albenga l'inizio e l'espansione del comparto agricolo della Piana.

Prima venne il fiume, poi, in sua dipendenza, furono costruiti i paesi, delimitati i terreni di coltura, tracciate le strade, edificati i ponti, posti i confini, costruiti i mulini. Ogni località, ogni borgo, ogni cittadina così non sarebbe se così non fosse stato o non fosse il Centa. Prendiamo l'esempio più evidente: la storia e l'economia di Albenga (una città che nel suo nome già porta dentro la presenza del fiume come collegamento con le Alpi, ove nasce; infatti Albenga deriva da Albium Ingaunum, ed Albium starebbe per "Alpi"). Il corso dei fiume, -che sino alla seconda metà del secolo XIII andava a sfociare a levante in località Antognano, - ai confini tra Albenga e Ceriale, aveva consentito alla linea di costa di essere prossima al promontorio montuoso di Vadino e di potervi ricavare così un ben protetto e funzionale porto che determinò per alcuni secoli la fortuna marinara e mercantile della città.
Quando il corso d'acqua lasciò il suo vecchio greto e passò da levante a ponente dell'abitato, ecco che il porto di Vadino si insabbia a causa del materiale, ghiaioso abbondantemente trasportato dal Centa. Inizia da questa forzata trasformazione dell'economia ingauna un lungo periodo di decadenza, che si concluderà solo mezzo millennio dopo. E' in questi secoli che il volto del «padre Centa» rivela i suoi tratti da patrigno iroso e violento.
In tempi a noi più vicini, il Centa continua a saltare le sponde dei suoi argini e ad invadere le campagne. Ricordiamo ancora l'inondazione del 1886 e quella del primo ottobre 1924, che provocarono danni non solo nel contado ma anche nel centro abitato.
La penultima volta che le acque tracimarono fu il 28 settembre 1954, ma si trattò di uno straripamento di lieve entità. Si poterono così riporre le «straccaue», cioè quelle tavole che venivano incastrate nelle scanalature ricavate nei pilastri delle porte viarie dei centro antico albenganese, che avevano
proprio il compito di impedire l'invasione delle acque. Ma quei danni e quelle calamità erano la premessa alla creazione, attraverso i materiali alluvionali, della piana albeganese che, verso Ceriale, veniva conquistando spazio al mare. Il "grande padre" invadeva e devastava ma costruiva anche, consentendo ora quella ripresa di forza e di prestigio di Albenga e di Ceriale, che si basa sulla disponibilità di territorio in una Liguria subito assediata delle montagne.
Il trascorrere nel tempo, il lavoro dell'uomo hanno cambiato natura al Centa: da incursore violento e ribelle a corso d'acqua saldamente costretto da argini a rimanere fra le proprie sponde. E in ultimo l'alluvione della terribile notte del 5 novembre 1994.

Il Centa in cifre

Il Centa e la sua storia millenariaIl fiume Centa è formato dall'unione fra i torrenti Arroscia e Neva che poco prima ricevono, rispettivamente, il Lerrone e il Pennavaire.
La confluenza fra Arroscia e Neva ha luogo a sud dell'abitato di Leca d'Albenga, a 3 chilometri dalla foce posta a Capo Lena, quasi di fronte all'isola Gallinara. La sorgente più lontana è quella dell'Arroscia, pochi metri sotto il Monte Frontè (m. 2159) e dista in linea d'aria dalla foce 37,5 chilometri (tale sorgente è posta a 44 gradi 05' 48", 0,79 di latitudine nord e 7 gradi 45'30", 0,90 di longitudine est da Greenwich).
Il bacino idrografico del Centa misura 420 chilometri quadrati (di cui 305 dell'Arroscia e 115 del Neva). Il perimetro di tale bacino può essere paragonato ad un triangolo rettangolo che ha l'ipotenusa coincidente con la congiungente fra la sorgente dell'Arroscia e la foce mentre il vertice dell'angolo retto coincide con il Passo dello Scravajon. La portata massima dei Centa è stata valutata in 1.700 metri cubi al secondo (1.400 Arroscia; 700 Neva).
Secondo le fasce di altitudine, queste le coltivazioni e la vegetazione. Nella piana: colture orticole e fioricole; sino a 300 metri: oliveti e qualche coltura floricola; al di sopra dei 300 metri: boschi di castagno, rovere e pino a cui seguono dossi cespugliati con scarsa vegetazione.
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