Cooperativa L'Ortofrutticola d'Albenga

Dal 1941, il valore aggiunto al territorio

Ilaria

di Erica Marzo

“Partito dunque da Siena, [Iacopo] si condusse aLucca e quivi a Paulo Guinigi, che n’era signore, fece per la primamoglie, che poco innanzi era morta, nella chiesa di San Martino unasepoltura; nel basamento della quale condusse alcuni putti di marmoche reggono un festone tanto pulitamente che parevano di carne; enella cassa posta sopra il detto basamento, fece con infinitadiligenza l’immagine della moglie d’esso Paulo Guinigi, chedentro vi fu sepolta; e a’ piedi di essa fece nel medesimo sasso uncane di tondo rilievo, per la fede da lei portata al marito”…(GIORGIO VASARI: “Vite dei più eccellenti architetti pittori escultori italiani” 1550)
Ho sempre odiato itraslochi. Amo viaggiare, è vero, e Giulia, la mia compagna, lo puòtestimoniare. I traslochi però mi hanno sempre annoiato:impacchettare ogni cosa per benino, dividere gli oggetti in tipologiee preparare scatoloni su scatoloni. E’ incredibile quanta roba siaccumuli in una vita, anche se breve, e la mia Giulia nei suoi 25anni ne aveva accumulate di cianfrusaglie! “Marco, se haicambiato idea basta dirlo!” urlò la mia bella piemontesina dalpiano di sopra mentre cercavo di stipare in macchina l’ennesimascatola.“No tesoro, ti adorolo sai, mi chiedo soltanto se per venire a vivere con me credi sianecessario portarti dietro anche tutte queste cose… non ti staitrasferendo nello Zambia ma in Liguria e ti assicuro che i negoziesistono anche da noi.”“Non essere ridicolo.Sono oggetti a cui sono affezionata, ricordi della mia infanzia.Figurati. Cosa ne vuoi sapere tu che non conservi neppure lefotografie.”“Si ma i calzinibucati…” e le mostrai un paio di piccole calze rosa con duevistosi crateri.“Metti giù subito!Quelli li ho usati durante l’università, erano il mio portafortunaper gli esami!”.“Anche superstiziosa!Ma che bello!”Il viaggio non fu deipiù comodi anche se la Torino-Savona, in quella tiepida mattinad’autunno non era poi troppo frequentata.Avevo battuto tutta lacosta alla ricerca di una casa: avevo provato a Ceriale, a Loano, adAlassio e mi ero spinto fino a Bordghera ma sembrava che tutte leabitazioni fossero state costruite solo per turisti danarosi e nonper un trentenne squattrinato, anche se con contratto a tempoindeterminato ed automunito! Cifre esorbitanti ma soprattutto nessunodisposto ad affittare una alloggio per più di tre mesi. Giulia, cheintanto del mare non poteva provare nostalgia, mi propose allora dicercare anche nell’entroterra e fu così che scovai una bellacasettina, proprio nel cuore di un vecchio borgo.“Certo che queiruderi sono un po’ inquietanti, non trovi?” Mi disse Giuliamentre portavamo le ultime scatole in casa.“No, io li definireipiù che altro affascinanti”. “Te lo saprò dire alprimo temporale che fascino hanno quelle vecchie pietre…”La casa si trovavaproprio all’interno dell’antico nucleo abitativo di Zuccarello edevo ammettere che il luogo era davvero splendido: il corso d’acquache cingeva la città passava sotto ad una delle nostre finestrementre le altre si aprivano sul borgo e sul castello. La casa eraspaziosa, con muri spessi e soffitti alti, i pavimenti in cottoscaldavano l’ambiente ma presto ci accorgemmo che accessorioindispensabile era il bel camino del salotto.“Certo che non famica caldo qua dentro eh!” Mi disse Giulia mentre cercava difasciarsi nell’ennesimo pile.“Il proprietario miha detto che su in mansarda ha lasciato un po’ di legna per ilfuoco, vedrai che una volta scaldati i muri siamo a posto per tuttala notte”.Giulia annuì pococonvinta mentre si stropicciava le mani.Salimmo in soffittaattraverso una cigolante scala in legno ed iniziammo a riempire cestidi legna.“Cosa dici, si potràbruciare anche quella?” Dissi con un sorriso indicando un vecchiacassapanca accostata ad una parete.Giulia si avvicinò edosservò meglio il mobile: “Ma sei matto! Questo è un pezzod’epoca! E se è originale deve valere pure un bel po’ di soldi.Guardiamo cosa c’è dentro?”Diavolo! Altrecianfrusaglie, pensai. “Buona idea! Così finiamo di ibernarci quiin mansarda!”“Sei sempre il solitoesagerato!” Mi disse Giulia con il naso rosso come quello di unalpino alla quarta grappa. Intanto lo so, vincesempre lei…Aprimmo la cassapanca ela trovammo ingombra di oggetti di ogni genere: stracci unti,attrezzi per la campagna ed anche un vecchio numero di Dylan Dog.“Questo non l’holetto!” Esclamai sorridente.“Vedi lo sapevo ioche c’era qualcosa di interessante qui dentro!” Disse Giuliaalzando un po’ il mento, come a rimarcare la sua superiorepreparazione in fatto di cianfrusaglie e affini.“E questo cos’è?”Esclamò.“Mi pare unascatola.”“Sì, è vero. Unascatola d’acciaio!”Esaminai l’oggetto.“No, credo si tratti di ferro. Senti il peso e poi vedi la ruggineattorno ai punti di giuntura? Però, un bell’oggetto!”“Guarda ledecorazioni. Sono sbiadite ma hanno ancora un certo fascino. Misembra un bosco. Sì! E’un sentiero in un bosco… la scatola ècompletamente dipinta con alberi e affini. Bella pazienza questiartigiani di paese!”“Sai la vernice untempo veniva usata anche per sigillare i contenitori… chissà cosac’è lì dentro! Peccato sia chiuso a chiave.”“Da qualche parte cidovrà pur essere!”“Che cosa scusa?”“La chiave!”“Figurati! Chissàdiv’è finita a quest’ora!”“Perché, nonpotrebbe essere semplicemente nel baule? Tra più soluzioni la piùsemplice è quella giusta!”“Cassapanca. E’ unacassapanca”.“Ma come sei pignolo!La cerchiamo allora?”“Non vedevo l’ora…”Dissi rassegnato.Intanto lo so, vincesempre lei…Dopo un tempo che miparve interminabile riuscii a farla desistere dalla sua follericerca, sembrava quasi ossessionata. Raggiungemmo il letto a nottefonda, senza peraltro aver più acceso il camino.Mi svegliò un rumore omeglio una voce, anzi, due. Sembravano provenire dalla stradasottostante, mi affacciai ma il borgo era deserto, anche i porticisembravano non ospitare anima viva. Eppure le voci le sentivo, chiaree lontane allo stesso tempo. Non riuscivo a comprendere le loroparole ma sembravano chiedermi qualcosa, sembrava si rivolgesseroproprio a me. Decisi di razionalizzare l’evento: forse lastanchezza o un po’ di febbre, l’emozione di iniziare una nuovavita con Giulia che, intanto, dormiva placidamente con il suo belviso incorniciato dai lunghi capelli color miele. Mi fermai aguardarla. Quant’era bella. Mi avvicinai e le accarezzai il viso,lei sorrise nel sonno.Fu allora che il miosguardo cadde sull’oggetto che era poggiato sul comodino: di nuovoquella piccola scatolina colorata. Le voci tornarono. Più insistentie concitate di prima, parlavano di carri o carretti, non capivo bene,di Lucca, di ghirlande di fiori e di querce. Frasi senza senso. Poiuna delle due voci, quella femminile, mi disse distintamentequalcosa: “Trova la chiave. Liberaci. Tra più soluzioni la piùsemplice è quella giusta!”.Afferrai l’oggetto edandai in cucina; tra gli scatoloni di Giulia trovai quello con suscritto “beauty case, lime unghie & c”. Lo aprii ed iniziaiad armeggiare prima con due paia di forbicine, che si ruppero dopopochi tentativi e poi con tutte le limette per unghie che riuscii atrovare. Fu un fiasco totale ma non potevo desistere da quellaimpresa che ormai sembrava avere ossessionato anche me.“Tra più soluzionila più semplice è quella giusta”, ripensai alla frase detta daGiulia e dalla voce di donna poco prima. Iniziai ad osservare piùattentamente la scatola e poi lo vidi. Un piccolo spazio, una fessuranascosta da una delle cerniere del coperchio. Rovistai ancora tra ledecine di ombretti, rossetti, fard e mascara fin quando non trovaiuna pinzetta per sopracciglia. Che bello strumento! Cercai prima didilatare un po’ la piccola apertura e poi inserii le pinzette,sentii che c’era qualcosa e strinsi fra le dita le due parti dellapinza. L’operazione richiese molti tentativi ma alla fine eccola:una piccola chiave, perfetta nelle sue forme minute. Lentamente lainfilai nella serratura arrugginita e girai… clic. La scatola siaprì e mi trovai davanti agli occhi alcuni fogli ingialliti; nonsembrava carta, forse si trattava di qualche pelle di animaleassottigliata dal tempo ma conservata ancora magnificamente. Ecco ciò che vi lessi.
Solo adesso, con icapelli bianchi e la candida barba che mi si poggia sul mento, ho ilcoraggio diricordare queimeravigliosi anni, troppo grande fu il dolore che ne seguì.Io, Federigo dellaRiva, pittore e maestro orafo, narrerò quegli eventi perché non sene perda lamemoria, perché quelgrande amore sopravviva allo scorrere incessante del tempo.Avevo circa 11 anniquando vidi per la prima volta colui che sarebbe diventato il miomaestro,allora ero uno deitanti tirocinanti dello scultore lucchese Antonino Pardini. Jacopodella Querciasi presentò nellabottega del Pardini una fredda mattina di primavera dell’anno delSignore 1399; ilnostro maestro spessoci parlava di lui, indicandolo come uno degli allievi di cui andavapiùorgoglioso. Jacopo eraun uomo sui trent’anni, le mani grandi e forti lasciavano intenderela suafamigliarità con marmie scalpelli, il fisico asciutto e possente era avvolto in un pesantemantelloda viaggio. Sembravanon fare caso a noi giovani apprendisti ma il suo sguardo acuto cianalizzavauno ad uno. Infinescelse me. Non seppi mai il perché di quella decisione ma meno diun’ora dopomi ritrovai con le miepoche cose sul dorso di un mulo e dopo un viaggio che mi parveinterminabile giunsicon il mio nuovo maestro e mentore nella bella Ferrara. A poco a pocoJacopodivenne come un padre;non era uomo di molte parole ma sentivo spesso i suoi occhi su di mequando mi affidava uncompito più impegnativo del solito o quando mi svagavo nel cortiledelpalazzo.“Non così Federigo,ecco, vedi, lo scalpello deve correre delicatamente sul marmo” midicevaJacopo mostrandomi comelavorare. Quelle mani enormi avevano la delicatezza di un dama mentreintagliavano pietra elegno, i suoi occhi sembravano cercare i lineamenti di una figura giàesistenteintrappolata nellamateria.“In realtà - midiceva il mio maestro - noi non inventiamo nulla. Ci limitiamo aliberare scultureche già esistono dalmarmo in eccesso che le imprigiona. Come accade alle volte ininverno,quando i fiumi gelanointrappolando piccoli animali o piantine, è sufficiente aspettare laprimaverasuccessiva per vederliliberati; allo steso modo agiamo noi, fungiamo da calore e liberiamolecreature che giàvivono nella materia”. Allora non capivo,troppo piccolo o troppo immaturo non coglievo la grande novità diquelleaffermazioni.Dopo quasi tre anni dispensierata permanenza alla corte di Ferrara fummo richiamati a Luccadove al mio maestro era stato commissionato il ritratto del signoredella città, Paolo Guinigi.Il lavoro fu tantoapprezzato che ci fu chiesto di fermarci alla corte di Lucca che abreve avrebbeospitato le nozze traPaolo e la sua nuova giovane moglie, Ilaria Del Carretto. Fu cosìchesi conobbero. Era il 3 febbraio 1404.Grande fu lo sfarzo con cui il Guinigi celebrò il matrimonio,ricordo ancoradistintamente le tavolericoperte di ogni leccornia, le dame avvolte in magnifici abitisgargianti mail ricordo che ho piùvivo dinnanzi ai miei vecchi occhi è quello della splendidafanciulla checomparve nella sala delbanchetto. Mai il mio sguardo si posò su creatura più bella, nonsapevoallora cosa fosse masentivo il mio cuore battere sempre più velocemente, il fiatoinvece, spezzatomentre Ilaria avanzavatra gli ospiti. Una coroncina di fiori e velluto le incorniciava ilviso,trattenendo sulla nucai lucenti capelli ramati; il viso era un ovale perfetto impreziositodabrillanti occhinocciola; un vestito in velluto color cremisi le segnava leggermenteil piccolo senoe la vita sottile.Poteva avere forse la mia età ma il suo sguardo intelligente evivace era quello diuna donna, pronta alruolo che la sorte le aveva attribuito.Il giorno successivofummo presentati alla nuova Signora di Lucca; passai la mattinata aripetere leformule di salutocercandone una adatta alla circostanza ma non riuscii nell’impresae quando ilmio maestro mi presentòcome il suo valido e giovane assistente mi limitai ad un goffoinchinoaccompagnato da unosorriso ebete. Ci fu chiesto diaccompagnare i due sposi ed il loro seguito nel lungo viaggioattraverso i possedimenti del Guinigi.La partenza fu fissataper il 7 febbraio, subito dopo i tre giorni di festeggiamenti cheseguirono al matrimonio.Ebbi così modo diconoscere meglio la bella Ilaria.Non era giovane comeimmaginavo, aveva già 24 anni, una bella età per maritarsi. Spessola sera ci si ritrovava con gli altri cortigiani e le dame incompagnia della Signora che amava ascoltare e raccontare storie: cosìscoprii di Zuccarello e di Castelvecchio, della via del Roso checollega questi due possedimenti dei Del Carretto, delle lunghepasseggiate di Ilaria in quel mondo sereno e spensierato. “Ci sono altissimicastagni – spiegava la bella Ilaria, col naso all’insù come pervederne la cima – e ulivi anche. In autunno il sole attraversa lefoglie rossastre ed illumina il Poggio ma la stagione più bella èla primavera…” era capace di parlarne per ore del “suo”sentiero e di quella terra che sembrava mancarle tanto ma mai vidisul suo volto un’espressione triste o infelice; sorrideva e i suoiocchi parevano vedere i luoghi incantevoli di cui tanto spessonarrava. La sua serenitàsembrava aver contagiato anche il burbero marito che spesso siintratteneva con lei in lunghe chiacchierate e la consultava peravere un parere su questa o quella questione importante: in breveIlaria si fece amare dalla sua corte e dal suo sposo.Scoprii, con mio sommopiacere, anche una sua grande passione artistica e le poche volte cheriuscivo a non farmi frenare dalla timidezza le domandavo la suaopinione su artisti viventi o del passato.“Bene! - Commentavail mio maestro - Finalmente una donna che non ha la zucca vuota”.In effetti Jacopo non aveva mai mostrato un grande interesse per ilgentil sesso e le sue frequentazioni si limitavo a sporadiche visitealle donne di malaffare della città.“Come mai non sietesposato?” Chiese un giorno Ilaria al mio maestro.“Non ho bisogno diuna donna”.“Ridicolo! Tuttihanno bisogno di una donna!”Il mio maestro sollevòun istante il capo dal lavoro che stava eseguendo e guardò negliocchi lagiovane Signora:“Perché voi credete che se vostro marito avesse potuto procreareda solo viavrebbe sposata? Cheragazzina ingenua. Il Buon Dio vi ha create esseri vuoti e petulantiutili solo a dare alla luce altre creature”. Abbassò gli occhi etornò a scalpellare con mano ferma e sicura.All'udire quelle paroletutti i presenti ammutolirono e volsero lo sguardo verso Ilariaattendendouna sua plausibilereazione.Lei sorrise: “Midispiace per voi, deve essere davvero triste la vostra vita per nonvederequanta bellezza puònascondersi in una donna. Vi faccio una domanda. Voi che vi vantatedi nonaggiungere nulla allevostre opere che già la natura non abbia introdotto in esse, voi chedite dilimitarvi a liberare leimmagini dall’eccesso di materia che le imprigiona, comegiustificate levostre splendideMadonne? Da dove credete nasca la soavità di quei volti che voistesso fateemergere dalla pietra?Se davvero fossimo esseri privi di tutto non credete che anche ilvostrolavoro dovrebbedimostrarlo? A me sembra invece che l’opera delle vostre manicontraddica inin pieno quanto dite.”Fu la prima volta chevidi il mio maestro ammutolire e, in cuor mio, devo ammettere che negioiinon poco.Forse fu allora cheebbe inizio, non saprei dirlo.Mi parve che Jacopocominciasse a prestare una particolare attenzione alle parole ed aigesti della nostra bella Signora. Iniziai a notare che gran partedelle opere realizzate dal mio maestro avevano in sé particolari cheappartenevano senz’altro alla bella Ilaria: una Madonna con bambinocol suo sguardo, un gran dama con le sue stesse mani affusolate ocon gli stessi capelli ramati… tutto faceva pensare ad Ilaria. Michiedevo il perché di tanto sussiego e la risposta mi arrivò unasera di fine estate, durante la nostra permanenza in Garfagnana.Eravamo ospiti di alcuni signorotti locali che amministravano leterre dei Guinigi; la casa era ampia e spaziosa ma la vera meravigliaera il giardino che si apriva sulle verdeggianti colline d’intorno.In quegli anni andava affermandosi la moda dei giardini con aiole bencurate che sono così frequenti oggigiorno. Era la prima volta chevedevo una simile meraviglia. Il Guinigi quella sera era impegnato inuna noiosissima disputa con il suo ospite sull’importanza delleinnovazione agricole per la buona resa dei terreni; non appenal’etichetta ce lo consentì ci accomiatammo tutti. Mi diressi ingiardino, ne ero sinceramente affascinato, e lì sentii la voce diIlaria…“Troppo orgogliosoper ammetterlo?” diceva la bella dama.“Non è questa laquestione, mia Signora” era la voce di Jacopo quella che udivo mail tono non era il solito, sembrava a disagio.“Non potete negare diesservi innamorato di me, le vostre mani ed i vostri sguardi lodicono, perché non ammetterlo dunque?”“Vi lusinga tantol’idea? Oppure è solo un gioco tra cortigiane per vedere quale divoi riesce a far cadere ai propri piedi Jacopo lo scapolo?”“Nulla di tutto ciòmessere, voglio solo sapere la verità.”“Dirlo a voi sarebbecome ammetterlo a me stesso e non posso permettermelo; è un qualcosache non può portare a niente se non a grandi dolori e sofferenze.”“E se io vi dicessidi amarvi? Cambiereste forse atteggiamento?”“Dimenticate, miaSignora, che siete sposata.”“E per questo nonsono più libera di amare? Io ho sempre affrontato gli obblighi chemi sono stati imposti, sono e sarò sempre una moglie fedele e devotama permettete almeno al mio cuore di seguire un’altra strada, lavostra strada, di amarvi, platonicamente, si intende, altro non mi èconcesso.”“Non ho maiconosciuto una donna come voi e temo che mai mi potrà capitare infuturo. Amo il vostro sguardo sicuro, le vostre mani quando giocanocon qualche ciocca ribelle, il colore pallido delle vostre gote, ilvostro seno che si muove rapido dopo una cavalcata, la vostra risatache riempie i palazzi, i vostri piccoli denti bianchi come mandorle.Mi piace guardarvi, passerei la mia vita a farlo, ma ancor più mipiace ascoltarvi, per le cose che dite e per come le dite, per quelmodo di gesticolare che avete, sembrate un pittore che ritraequalcuno o qualcosa su di una tela immaginaria. Amo tutto di voi eamo voi perché siete oramai il mio tutto”. Non sapevo che fare,avrei voluto correre lontano, mi sentivo tradito, umiliato, ferito.Dio mi perdoni ma credo di averli odiati, entrambi, con tutto mestesso. Rientrammo a Lucca lavigilia di Natale di quello stesso anno. Pochi giorni dopo il miomaestro decise di partire e, con mio sommo stupore, Ilaria chiese aJacopo di lasciare almeno me alla sua corte.“Con chi potròparlare di arte altrimenti?” Asserì la mia Signora con un lievesorriso sul volto.Jacopo partì unafredda mattina d’inverno ed io, per la prima volta dopo anni,rimasi senza di lui. Mi sentii perso. La vita di corte però eradinamica ed impegnativa ed in breve mi ritrovai ad avere una granquantità di lavoro da svolgere. Ilaria veniva spesso a trovarmi e siintratteneva a lungo a parlare con me; osservandola capivo chequalcosa in lei era cambiato, una piccola ruga ora le segnava lafronte, il suo sguardo era meno volitivo, più dolce. Pochi mesi dopoi miei pensieri trovarono conferma: Ilaria era in cinta. Ladislao venne allaluce il 24 settembre del 1404; un bel bimbetto sveglio e vivace,pronto a fare la felicità dei suoi nobili genitori. Ilaria,raggiante, lo accudiva con amore ed anche Paolo di fronte a quelfagotto sembrava aver perso ogni traccia dell’antica rudezza.Passavano ore a guardare il loro piccolo e a commentare orgogliosiogni suo piccolo successo. “Avete visto quantomangia? - Diceva un Paolo Guinigi quasi inebetito – Se continuacosì diventerà un gigante!”“E guardate come stadritto sulla schiena – continuava Ilaria – tra non molto potràcavalcare uno dei vostri famosi purosangue!”Nessuno sospettava chetanta felicità potesse essere spezzata così improvvisamente…Non passò molto tempoed il ventre di Ilaria tornò a gonfiarsi: a soli 14 mesi dallanascita di Ladislao la mia bella Signora diede alla luce una bimba acui fu imposto il nome di Ilaria minor. Non fu un evento lieto. Leurla strazianti della puerpera non cessarono dopo la nascita dellapiccola, il sangue, così raccontavano le dame ammesse alle suestanze, continuava a sgorgare a fiotti e neppure il medico piùrinomato di allora, Ugo Montecatini, poté far molto per lei. Lagioia per la nuova vita appena nata cadette il passo allapreoccupazione, poi alla costernazione ed infine alla più cupadisperazione. La città tutta assisteva impotente alla fine della suaSignora. L’emorragia cessò ma le condizioni di Ilaria nonmigliorarono. Lottò inutilmente contro la morte e nella notte tra il7 e l’8 dicembre si spense; Paolo rimase accanto a lei per tutto iltempo della sua agonia e con loro rimase anche il fedele Argo, ilcagnolino di Ilaria che si aggirava spaesato per la stanza. Non ebbi modo divederla e per molti aspetti ne fui contento: volevo ricordala solaree piena di vita come l’avevo conosciuta.Fu due giorni dopo lasua morte che me lo vidi comparire davanti: uno spettro. Così miapparve Jacopo Della Quercia, spossato dal lungo viaggio e, ne sonocerto, dal dolore. Non disse una parola, mi guardò con occhi vacui ea grandi passi si avviò nella sala del consiglio. Qui parlò a lungocon Paolo Guinigi e poi si ritirò nella sua stanza. Scomparve peralcuni giorni e quando tornò era seguito da un pesante carico dimarmo. Lavorò giorno e notte, senza sosta; si poteva sentire il suoscalpello ad ogni ora. Riemerse dal suo studio dopo un tempo che miparve infinito ed incrociando il mio sguardo sorrise. “Voglio il tuo parereprima di mostrarla al Guinigi.” Mi disse.Fu così che la vidi:distesa su di un letto di candido marmo, Ilaria dormiva. Ammutolii,mai avevo ammirato un’opera più bella: il suo volto era sereno, isuoi capelli, il suo abito, persino il piccolo Argo sembravanopalpitare di vita propria. Rimasi incantato ad ammirare il sarcofagodi Ilaria, non sembrava il contenitore per un corpo morto ma un innoalla vita, un’opera dalla quale si irradiava tutto l’amore di chil’aveva commissionata e di chi l’aveva realizzata.Lasciai Lucca il giornostesso in cui, fra l’ammirazione generale, il sarcofago venne postoin San Martino. Vagai a lungo e giunsi a Zuccarello due anni dopo; da allora vivo qui, realizzando piccoleopere per le ricche famiglie della zona. E’ l’unico posto in cuiposso sentire ancora la presenza di Ilaria. Ogni giorno percorro ilsuo sentiero: mi soffermo ad osservare i castagni e gli ulivi e laimmagino, guardare col naso all’insù le cime degli alberi. Il tempo mi ha portatoechi di lontane sommosse: Lucca non è più dei Guinigi, Paolo èmorto prigioniero a Pavia e la folla ha depredato ogni bene dellafamiglia, tutto, tranne il sarcofago di Ilaria. Alcuni narrano che fuproprio il marito ad avvelenarla per gelosia ma io che li ho vistiinsieme non posso crederlo. Già circolano voci e leggende sul poteremiracoloso di Ilaria e del suo sarcofago, si dice che baciare la miaSignora possa far guarire dalle pene d’amore e così ora moltivanno in cerca di lei. Jacopo credo sia morto, solo, a Ferrara; lui,forse anche più di me, vittima del sortilegio di Ilaria.Sento ormai che la miaora si avvicina e per ciò ho deciso di affidare questo scritto altempo, sperando che sia più clemente di quanto non lo sia stato ildestino verso Jacopo, Ilaria, Paolo e tutti coloro che vissero questavicenda.
Federigodella Riva
Quando Giulia si alzòmi trovò ancora seduto in cucina, con gli occhi arrossati per lanotte insonne e non solo. “Ma cosa èsuccesso?!” Esclamò mentre raccoglieva da terra quanto restavadelle sue lime per unghie e forbicine.Mi guardò e mi sorrisedolcemente. Quanto la amo, pensai tra me.“Vestiti. Non c’ètempo. Ti spiegherò tutto in macchina, dobbiamo partire.” Ledissi.“Ma come! Siamoarrivati solo ieri!”Durante il viaggioraccontai ad una Giulia sempre più incredula quanto avevo scopertoquella notte. Raggiungemmo Lucca per pranzo ed entrammo nella chiesadi San Martino; Ilaria era lì che ci aspettava, nel suo sonnoperpetuo, accompagnata dall’amore di chi l’aveva conosciuta e,ora, anche dal nostro.Non sono più statosvegliato da voci nel cuore della notte ma anche adesso, che sonotrascorsi anni da quell’evento, mi capita di ripensare a lei. Ognivolta che dalla finestra della nostra casa guardo le rovine delcastello che fu dei Del Carretto, ogni volta che passeggiamo sul suosentiero, ogni volta che la mia piccola mi chiede: “Papà me laracconti di nuovo la storia di quella signora che si chiamava comeme?”“Si Ilaria, te laracconto” e passandole una mano sui capelli ramati… “C’erauna volta una giovane marchesina…”.


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